Sei sempre un altro e sempre lo stesso,
nemmeno rivolgi la parola,
ti apri, ti chiudi: mi ricordi un ombrello.
Artigiano del freddo,
il tuo volto è un luogo senza finestre,
i tuoi profili si ripetono nelle pietre,
nelle lenti d’acqua,
nel primo sogno che un bambino non racconta.
Poi ti vedo cambiare,
come luce filtrata dalle tende,
sei tu, radice che ascolta,
il cangiante archetipare:
chi crea la propria origine mentre si abbandona.
Sei la fine, l’inizio, il sonno dei papaveri,
e il loro risveglio,
come la prima esplosione del sole,
che nessuno sa descrivere
sottovoce, in un orecchio.


